C.V.D.: l'ottima Germania vista contro l'Argentina si è spenta contro la Spagna e ha giocato la finalina, anziché la finale auspicata, in una bellissima partita (forse la migliore dei mondiali) contro l'Uruguay. Il mondiale alla fine è andato alla Spagna, tra, come al solito, mille commenti su come hanno giocato i vari campioni in campo, come avrebbero dovuto giocare e come sarebbero andate le cose se l'arbitro avesse concesso questo e quello e espulso taluno o talaltro. Insomma tutte cose da riempire giornali, televisioni e menti semplici: la solita telenovela per maschietti (e femminuccie che vogliono emulare i maschietti) su previsioni attese, disattese, e così via.
Resta la domanda: ha vinto il migliore? Secondo i giornali tedeschi ed olandesi no. Del resto chi perde trova sempre mille giustificazioni.
La domanda non troverà mai una risposta se non ci si mette d'accordo sulla definizione di migliore. Chi è il migliore? Quali sono gli attributi che fanno diventare una squadra la migliore? La risposta non c'è. Se ci fosse non ci sarebbero le competizioni ma ci sarebbero solo polpi (o giornalisti, o altri commentatori) che deciderebbero a priori chi è il migliore. Che triste sarebbe la vita. Sapere tutto in anticipo, non avere imprevisti...
In realtà invece la risposta c'è. Ed è proprio la competizione: migliore è chi vince. Il detto vinca il migliore rappresenta il lato b di questa medaglia: ci si aspetta che il migliore vinca ma non si ha un criterio a priori per cui chi vince è il migliore. Le competizioni servono proprio a questo: a definire il migliore. Non a premiare il supposto migliore sulla base di teorie del tutto personali e poco verificabili. In una cosa complessa e non deterministica come una partita di calcio (vedi titolo del post) l'unico verdetto può venire dal confronto. L'unico a decidere chi è il migliore è il campo. Tutto il resto è noia....
ps
resta il fatto che il polpo ha indovinato tutto: che si chiami Roubini?
mercoledì 14 luglio 2010
domenica 4 luglio 2010
Il cigno nero dei mondiali in TV
Guardando Ghana-Uruguay, scocciatomi della telecronaca fastidiosa della RAI, ho fatto zapping sul satellite finché ho trovato la ZDF (Zweites Deutsches Fernsehen, il secondo canale tedesco) e lì mi sono fermato a vedere tutta la partita. Gratis, con la partita, viene anche la pubblicità e mi sono reso conto che 9 spot su 10 richiamavano direttamente o indirettamente il calcio. Anche se ad essere pubblicizzato non era un marchio sportivo o un paio di scarpe da ginnastica, il taglio degli spot era marcatamente collegato al tema "calcio". Poi, non contento di Ghana-Uruguay ho guardato anche Germania-Argentina e Spagna-Paraguay e, ovviamente, la stessa cosa si è ripetuta. Ho fatto anche un po' di zapping sul primo canale italiano, RaiUno, e così non era, a causa della prematura uscita della nostra nazionale. Ma sono sicuro che gli spot "calciofili" erano già pronti. Gli uffici comunicazione delle imprese che volevano comunicare durante le partite li hanno sicuramente commissionati, ma forse non era, dopo la triste uscita dell'Italia, opportuno mandarli in onda. Non solo, li avessero mandati in onda, avrebbero avuto n-1 contatti. Il bello di avere il satellite, è di poter cambiare canale. Certo avrei potuto anche azzittire gli antipatici commentatori della partita su RaiUno, ma un commento in sottofondo va sempre bene. Magari in tedesco, magari incomprensibile (ho capito solo i nomi, ma in una telecronaca i nomi sono le cose che contano, tutto il resto, soprattutto se detto da cronisti esagitati dà solo fastidio). Il cigno nero, per gli inserzionisti, dei mondiali TV si chiama Italia a casa e satellite. Per quanto mi riguarda i soldi spesi in comunicazione sulla Rai dalle imprese inserzioniste sono soldi buttati. E comunque gli spot tedeschi sono, nella maggioranza dei casi, più belli di quelli italiani. Forse oltre alla nazionale di calcio che i tedeschi abbiano anche delle migliori agenzie di comunicazione?
Non lo so. So solo che con ogni probabilità (cigni neri a parte) la Germania andrà in finale e che me la guarderò sulla ZDF.
Non lo so. So solo che con ogni probabilità (cigni neri a parte) la Germania andrà in finale e che me la guarderò sulla ZDF.
La palla è rotonda 2 - la vendetta
Dopo l'Italia (ma anche prima) più blasonate squadre hanno dovuto lasciare il mondiale. Se ne sono andate tutte le sudamericane, Brasile, Argentina, Paraguay, tranne la nazionale uruguagia che però ha avuto molta, moltissima fortuna. Comunque, su 4 squadre rimaste, 3 sono europee. Si dirà che il calcio europeo è superiore a quello sudamericano. Affermazioni di questo tipo sono molto facili col senno di poi. Nessuno l'avrebbe detto prima. E del resto una competizione serve proprio per questo, misurare le forze in campo (e la fortuna, o le incapacità degli arbitri cose che molte volte corrispondono). Ad ogni buon conto, da Ghana - Uruguay si possono imparare alcune cose che possono sembrare scontate ma non sempre lo sono: dal punto di vista di chi lo subisce un rigore è meglio di un gol. In qualsiasi condizione, ma soprattutto al 122° minuto, quando il gol avrebbe potuto significare perdere tutto e un rigore affidarsi alle scarse probabilità che non venga trasformato in gol. Ebbene: una probabilità seppur scarsa di salvarsi è meglio della certezza di perdere tutto. E così un attaccante si improvvisa estremo difensore, blocca una palla sulla linea di porta con un braccio, commette uno dei falli più plateali che si possa fare nel calcio, e si becca contemporanemeante espulsione e rigore contro. Ma non il gol. Manca poco, si dirà. Tanto è probabile che un rigore diventi gol che uno dei verbi usati in italiano è trasformare, cambiare forma a un qualcosa che nell'essenza rimane lo stesso. Un rigore ed un gol sono la stessa cosa.
Quasi.
Ma la trasformazione non avviene. Avviene invece il miracolo, per i tifosi uruguagi in religioso silenzio. Il legno (sono ancora di legno le porte?), poi santo, della traversa, impedisce al pallone di entrare in rete (oppure il calciatore sbaglia la mira, dipende dal punto di vista). Il rigore non è gol. Come volevasi dimostrare.
Al 122° minuto, l'attaccante non ha pensato a troppe cose, ha parato con un braccio e si è beccato il rigore e l'espulsione. Non è possibile sapere se ha pensato che erano finiti i tempi supplementari, se ha ragionato sul fatto che un rigore è meglio di un gol. Probabilmente non ha pensato a nulla ha solo istintivamente e disperatamente allungato il braccio senza pensare ma ha salvato la sua squadra.
Contro tutte le probabilità.
Quasi.
Ma la trasformazione non avviene. Avviene invece il miracolo, per i tifosi uruguagi in religioso silenzio. Il legno (sono ancora di legno le porte?), poi santo, della traversa, impedisce al pallone di entrare in rete (oppure il calciatore sbaglia la mira, dipende dal punto di vista). Il rigore non è gol. Come volevasi dimostrare.
Al 122° minuto, l'attaccante non ha pensato a troppe cose, ha parato con un braccio e si è beccato il rigore e l'espulsione. Non è possibile sapere se ha pensato che erano finiti i tempi supplementari, se ha ragionato sul fatto che un rigore è meglio di un gol. Probabilmente non ha pensato a nulla ha solo istintivamente e disperatamente allungato il braccio senza pensare ma ha salvato la sua squadra.
Contro tutte le probabilità.
domenica 27 giugno 2010
La palla è rotonda
Di solito si dice così per sottolineare che nel calcio tutto può succedere. Nessuno però pensava che l'italica squadra di calcio se ne tornasse così presto dal Sudafrica con le pive nel sacco. Eppure la palla è rotonda, lo sanno tutti. Ma non ci si vuole credere, l'Italia del calcio ha ben altre tradizioni che non quella di tornare così presto a casa. E' un cigno nero? Sì e no. Sì, per tutti quelli che proprio non vedevano o non volevano vedere che la squadra faceva schifo, per mancanza di tecnica, di uomini, di fortuna, di preparazione, insomma di tutto. No per chi queste cose le vedeva. Il cigno diventa nero quando la stragrande maggioranza è cieca all'evidenza dei fatti o non vuole ammettere che qualcosa può andare male con una probabilità che è molto più alta di quella sottostimata. Ancora una volta la storia (l'induzione) e la sopravvalutazione delle proprie capacità (vale anche per i tifosi in una sorta di transfert collettivo) porta all'arroganza epistemica. Si pretende di sapere. E la prova dei fatti invece dimostra il contrario. Successivamente, con il senno di poi, tutto acquista un senso, per cui l'allenatore si assume tutte le colpe che fino a 90 minuti primi non erano colpe ma scelte avvedute. Dopo, comunque, tutto assume un senso. Solo dopo, purtroppo. E così Roubini, il mago dell'economia che tutto aveva previsto fin dal 2006 si spinge a dire che non ci sono cigni neri, senza aver capito che non basta che uno abbia previsto il disastro per evitarlo. Bisogna che molti lo prevedano ma che soprattutto ne tengano conto nelle decisioni che contano. Se lui, bravo economista, si è acquistato una credibilità è perché prima che la crisi deflagrasse l'aveva detto. Ma nessuno l'ascoltava per cui le sue previsioni erano parole al vento. Così come tra i 60 milioni c.a di commissari tecnici italiani qualcuno aveva qualcosa da ridire sulla nazionale. Sì, va beh, ma non basta.
giovedì 22 aprile 2010
Dell'arroganza epistemica
Dell'arroganza epistemica Taleb ne parla nella seconda parte, definendola come la "tracotanza riguardo ai limiti della nostra conoscenza". E sostiene che più sappiamo più la nostra arroganza ci impedisce di vedere gli eventi rari. Per vari motivi. Il primo è il senso di falsa sicurezza che dà la maggiore informazione: la sicurezza è più che proporzionale alla reale utilità dell'informazione per cui siamo spinti ad essere più audaci senza reale consapevolezza delle scelte che facciamo. Inoltre più dati si hanno e più si formulano ipotesi lungo il percorso di assimilazione dei dati. In realtà più dati non significa più informazione, ma, spesso, più rumore casuale. Inoltre siamo influenzati dal sensazionale per cui siamo portati a dare più peso alle cose eclatanti, magari uniche, rispetto a cose meno eclatanti ma che succedono con una certa regolarità. Infine siamo propensi a considerare un evento che si verifica mediamente ogni 10 anni come un evento unico, mentre, in realtà, aspettando un po', si ripeterà.
L'arroganza epistemica è scandagliata in lungo ed in largo in questa parte del libro, che, tra l'altro, è ricca di molti succosi aneddoti. Riporto alcune considerazioni in margine ad un aneddoto sperando che facciano venire voglia di leggere il libro:
L'arroganza epistemica è scandagliata in lungo ed in largo in questa parte del libro, che, tra l'altro, è ricca di molti succosi aneddoti. Riporto alcune considerazioni in margine ad un aneddoto sperando che facciano venire voglia di leggere il libro:
"Quando si è un dipendente, ossia si dipende dal giudizio altrui, sembrare indaffarati può aiutare a rivendicare la responsabilità dei risultati ottenuti in un ambiente casuale. Tale apparenza rafforza la percezione della casualità, del legame tra i risultati e il ruolo della persona che li ha ottenuti. Ciò, naturalmente, vale anche di più per gli amministratori delegati delle grandi aziende che hanno bisogno di strombazzare un legame tra la loro «presenza» e «leadership» e i risultati aziendali. Non conosco alcuno studio che dimostri l'utilità del tempo che queste persone investono in conversazioni o nell'assimilazione di informazioni banali, e d'altronde non molti autori hanno avuto il fegato di mettere in dubbio l'importanza del ruolo dell'amministratore delegato nel successo di un'azienda."Pensando alle polemiche di questi ultimi mesi sugli stipendi dei top manager c'è di che riflettere.
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mercoledì 21 aprile 2010
Un cigno nero impronunciabile
Il vulcano Eyjafjöll ha messo a piedi mezzo mondo, nell'ultima settimana. Nessuno l'aveva previsto. Gli eventi geologici sono difficilmente prevedibili. Anzi no. Sono facilmente prevedibili. Un vulcano prima o poi erutterà. Una zona sismica prima o poi sarà interessata da un terremoto. La previsione è facile. Quello che è difficile è prevedere quando questo avverrà. In realtà anche il quando non è così difficile da prevedere. Anzi, per i geologi, è abbastanza facile. Come mai allora tanto disagio? L'imprevedibilità, per noi umani, nasce dalla differenza tra la scala temporale geologica in rapporto alla scala temporale umana. Noi siamo abitutati a ragionare in termini di anni, mesi, giorni, ore, minuti. Gaia non ha questi tempi. E' una signora di mezz'età che ha circa 4,6 miliardi di anni e che forse camperà altri 4-5 miliardi. Non è difficile prevedere su questa scala se un vulcano erutterà o se ci sarà un terremoto. E' impossibile prevederne l'ora, almeno con i mezzi che abbiamo ora. Sarà sempre così? Non si sa. L'unica cosa certa è che gli eventi geologici possono essere disastrosi o possono avere conseguenze molto ampie, come nel caso dell'impronunciabile vulcano islandese (più per la pigrizia dei giornalisti che per conclamata impronunciabilità del nome del vulcano, in Islanda qualcuno lo chiamerà con il proprio nome visto che ne hanno tanti di vulcani, o si scambiano un post-it con il nome scritto?). Sta di fatto che milioni di persone sono rimaste a piedi e le compagnie aeree ci hanno rimesso centinaia di milioni di euro.
Ancora una volta la natura ci dimostra quanto piccoli siamo e quanto poco conosciamo.
Arroganza epistemica sei avvertita.
Ancora una volta la natura ci dimostra quanto piccoli siamo e quanto poco conosciamo.
Arroganza epistemica sei avvertita.
giovedì 15 aprile 2010
Ubuntu - Prossima Relase
Sarà questo il cigno nero di Microsoft? Non lo so, ma potrebbe essere. Linux nel tempo si è conquistato uno spazio minimale nei sistemi operativi dei desktop e dei portatili, ma la sua usabilità è ormai ai livelli di Windows (nonostante Windows abbia ancora tanta strada da fare per arrivare alla stabilità, versatilità, sicurezza di Linux). Windows, inoltre, per diventare più sicuro è diventato sempre più complicato. Linux, come tutti i sistemi Unix-like, è sempre stato abbastanza complicato da gestire ma, non ha saputo dare negli anni, la sicurezza di continuità che pretende chiunque investa tante ore nell'imparare il funzionamento di un computer (e quindi di un sistema operativo). Ma negli ultimi anni qualche cosa è cambiata. Le versioni più diffuse di Linux, sono diventate sempre migliori come interfaccia sempre più continue come aggiornamento.Ubuntu (la versione più diffusa) rilascia semestralmente una nuova versione del sistema operativo e continui aggiornamenti che, attraverso internet, mantengono up to date la macchina. E' come passare senza soluzione di continuità (anche se un backup dei dati è opportuno, non si sa mai) da windows 95 a windows 7 senza passare per il via, ovvero re-installare da zero il sistema operativo reinstallando tutti i programmi.
Ubuntu è Linux per tutti, e appena il mondo se ne accorgerà sarà difficile arrestarne la diffusione. Cigno nero? Non lo so. Sicuramente Pinguino. Bianco e nero allo stesso tempo.
Immagine per gentile concessione di Larry Ewing, Simon Budig and Anja Gerwinski.
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